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Posts Tagged ‘Stefano Ceccanti’

L’idea di stato che non piaceva a Lefebvre, ma neanche a Dossetti

Su http://www.chiesa è uscito stamane un ampio saggio del professor Martin Rhonheimer che analizza a fondo la svolta copernicana operata dal Concilio Vaticano II quando affermò la libertà di ogni cittadino di praticare la sua religione, anche se “falsa”:

> Chi tradisce la tradizione. La grande disputa

Questa svolta conciliare non è mai stata digerita dalle correnti tradizionaliste.

Ceccanti

Ma “non dovette piacere affatto neanche a don Giuseppe Dossetti”, cioè al grande stratega dell’ala progressista conciliare, ci scrive il professor Stefano Ceccanti.

Ceccanti, ordinario di diritto pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma, costituzionalista, senatore del Partito Democratico, è stato presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, FUCI, dal 1985 al 1987.

Ecco il suo commento:

“Il punto difficile da capire è che la dichiarazione conciliare ‘Dignitatis humanae‘ sulla libertà di religione adotta un diverso concetto di Stato, lo limita rispetto all’immunità dalla coercizione.

“La ‘Dignitatis humanae’ è un testo pragmatico di matrice anglosassone. Per questo, oltre che non piacere ai tradizionalisti, non piaceva affatto neanche a don Giuseppe Dossetti, che aveva una visione più forte di Stato. (altro…)

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Postato in landino.it – in riferimento alla lettera di Giovanni Bachelet a Stefano Ceccanti

Per quel che vale il mio parere qui, io non riesco a vedere le cose in modo così irenico come le vede Bachelet.
Se lui è mosso da nobilissima volontà di dialogo, non così mi pare la “controparte”.
Non mi pare esistano premi “supercattolico dell’anno”. Mentre il premio “laico dell’anno” è unicamente configurabile in funzione negativa, anticlericale a dir poco. Ma sappiamo che ormai non è il clero l’obiettivo, ma la stessa idea di uomo, come Armillei e Ceccanti bene individuano. (altro…)

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Statalisti e libertari–landino.it.

Armillei e Ceccanti vs Rodotà – Molto, molto, molto valido.

Armillei:

In questi giorni il centro studi del PD ha diffuso un documento di riflessione sulla questione della laicità e dei diritti individuali. Si tratta, in particolare, di un lungo e articolato contributo di Stefano Rodotà nel quale si sviluppa un tentativo di legare organicamente laicità, autodeterminazione della persona e diritto. L’operazione è naturalmente condotta con grande coerenza intellettuale. Il punto è: il PD pensa di proporre quella di Rodotà come la sua linea?La mia impressione è che l’attuale leadership stia spostando il PD su un altro binario rispetto a quello nel quale era stato collocato al momento della sua fondazione. E lo stia facendo rovinosamente deragliare. Rendendolo ostaggio di un micidiale mix fatto di statalismo economico e libertarismo individualistico. Tanto era aperta e coerente l’impostazione iniziale – assumere le conseguenze politiche di una società poliarchica ad alta differenziazione funzionale dentro un’etica della responsabilità – tanto è radicale e minoritaria la sua evoluzione.

Ceccanti:

Il serio problema è che il concreto punto di vista di Rodotà, nella sua assoluta (e del resto notoria) chiarezza, a mio avviso, non è affatto conciliabile con l’obiettivo di una nuova sintesi tra laici e cattolici, fermo restando il più ampio pluralismo che va garantito nel Pd alle più diverse espressioni culturali. Ritengo doveroso sottolinearlo criticamente per prendere sul serio il lavoro comune che facciamo.
Anche se Rodotà parla di “persona”, in realtà quella che viene alla luce è con tutta evidenza una concezione centrata unilateralmente sull’individuo, facendo coincidere strettamente laicità con autonomia e autodeterminazione (pag. 7, sin dall’esordio). Perché ci sia persona (e non solo individuo) ci deve essere anche un reticolo di relazioni comunitarie, di formazioni sociali che dubito possa essere descritto quasi solo come “grumo di rappresentazioni che avvinghiano la vita” (pag. 21), a cui sarebbero unilateralmente legati oggi in Italia i sostenitori di un nuovo compromesso tra Trono e Altare (Ivi), da cui ci dovremmo liberare per realizzare “un ambiente pienamente laicizzato” (pag. 28). (…) Sarà pur vero, come motiva Rodotà (Ivi, pp. 15-16) che parlare di autodeterminazione rispetto alla vita è cosa molto diversa da parlarne con riferimento al mercato, ma mi è difficile immaginare che in un ambito si consideri solo l’individuo una realtà e la rete comunitaria che costituisce una società una mera astrazione, mentre in un altro ambito vigano criteri interpretativi del tutto opposti, essendo peraltro entrambi regolati da una medesima Costituzione che non mi sembra identifichi un doppio standard così marcato e ad opera di un medesimo partito che rischia così di oscillare scizofrenicamente, come ha notato Giorgio Armillei in un bell’intervento sul blog http://www.landino.it tra libertarismo dei diritti individuali e statalismo economico-sociale.

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L’insostenibile coerenza di Zagrebelsky (anche su www.chiesa/Magister)

Scambiarsi la veste. La tesi del suo ultimo libro, ovvero la sostanziale incompatibilità tra Chiesa e democrazia, non convince. In realtà, il modello francese di laicità è incapace di reggere alle sfide

di Stefano Ceccanti

L’ultimo libro di G. Zagrebelsky “Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo” (Laterza) è dotato di una coerenza granitica, come le posizioni cattoliche intransigenti che denuncia. Proprio per questo non convince nella sua tesi, la sostanziale incompatibilità tra Chiesa e democrazia. Il fatto che su specifici conflitti abbia delle forti ragioni non può condurre ad accettare una linea così drastica. Il problema fondamentale è l’identificazione dello spazio pubblico con lo Stato. Anziché vederlo come un ambito poliarchico, in cui si affacciano tanti attori, comprese le Chiese, tra cui lo Stato, peraltro non gerarchicamente sovraordinato, il gioco viene ridotto a due soggetti , Stato e Chiesa, quindi a somma zero. Una concezione anti-pluralista, mentre una poliarchica porta a valorizzare sia la separazione istituzionale tra Stato e Chiesa sia il fatto che lo Stato vive in simbiosi con una società ricca e pluralista ove operano anche le Chiese. (altro…)

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Il problema dell’integrazione , in una società sempre più multiculturale, non si risolve rinunciando alla propria identità o combattendo quella degli immigrati. E’ ben strano che gli stessi Giudici ritengano offensivo per i musulmani o per gli atei l’esposizione del Crocefisso e invece ritengano legittimo vietare l’uso del velo islamico, o di altri simboli religiosi, nelle stesse aule scolastiche. (…) in base ai nostri principi costituzionali, il diritto di libertà religiosa tutelato dall’art. 19 della Costituzione implica la libertà di farne testimonianza in tutti gli ambienti , anche ostentando i segni della propria fede.

Risposta di Augusto Barbera alle due domande

1) Quale può essere il fondamento giuridico dell’obbligo(o facoltà) di esporre il crocefisso nei luoghi pubblici? (a partire dai famosi regi decreti degli anni ’20 del secolo scorso)

L’esposizione del Crocefisso è prevista in vecchie norme regolamentari degli anni venti (precisamente il RD 30 aprile 1924 n. 965) e in alcune circolari di questo dopoguerra, tanto che la Corte costituzionale – che , come è noto , può giudicare solo su leggi e atti aventi forza di legge – non ha potuto finora occuparsene.
Ritengo tuttavia che si tratti di un tema talmente importante, sia per chi è contrario e sia per chi è invece favorevole , che non può essere lasciato né a fragili circolari o regi decreti né affidato ai soli giudici di Strasburgo. Riterrei necessario quindi un progetto di legge che consenta al Parlamento italiano – sia alla maggioranza che alle opposizioni – di esprimersi solennemente, magari distinguendo fra le aule scolastiche e gli altri edifici pubblici e valorizzando nelle attività scolastiche anche altre culture religiose minoritarie.

2) Quali sono le argomentazioni giuridiche sostenute dalla Corte europea dei diritti per giustificare la condanna inflitta allo stato italiano?

La decisione della Corte europea dei diritti fa propria una lettura della laicità che appartiene ad altri ordinamenti, in particolare alla Francia e alla Turchia ma che poco hanno a che vedere con la tradizione costituzionale italiana. Adottando tale lettura la Corte è venuta meno ai “margini di apprezzamento statale” nell’applicazione della Convenzione europea; vale a dire è venuta meno a quell’orientamento giurisprudenziale che è solita seguire al fine di leggere le norme della Convenzione europea dei diritti rispettando il più possibile le tradizioni costituzionali nazionali (richiamate nella decisione, ma in modo superficiale e distorto).
Il tema dell’esposizione del Crocefisso nelle scuole deve dunque essere ricondotto ai principi della nostra Costituzione. Questa fa proprio il principio di laicità ma non esclude la religione dalla sfera pubblica(sul punto per ragioni di spazio sono costretto a rinviare a un mio saggio pubblicato in http://www.forumcostituzionale.it). (altro…)

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In sintesi quindi il filo rosso più interessante dell’enciclica sembra essere quellochurchstateseparation1 tra bene comune, assetto poliarchico dei poteri sopra lo Stato, sotto di esso, al suo fianco (Ong) e dentro di esso.

Riprendo il testo di Stefano Ceccanti da landino.it:

Vi propongo solo qualche spunto di lettura delle cose che mi sembrano meno scontate, anche se magari i commenti andranno su alcune chiavi di lettura di brevissimo periodo (ad esempio la difesa della dignità degli immigrati dopo il ddl sicurezza).

L’enciclica era attesa al varco soprattutto per capire se la crisi internazionale potesse far curvare l’insegnamento sociale in chiave statalista, in senso analogo a quel tremontismo dominante che affligge l’Italia da vari mesi, che ha in parte sfondato anche a sinistra, o in altre direzioni.
1. Visione articolata del bene comune
Il paragrafo 7 è quello che parla della nozione di “bene comune” definito, in continuità col Concilio Vaticano II, come:

“il bene di quel ‘noi-tutti’, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale”; (altro…)

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A ben leggerne gli interventi si scopre che cosa Moro intendeva escludere: la sterilizzazione obbligatoria 04delle persone portatrici di handicap o di malattie ereditarie. (…) ciò che Moro voleva si vietasse con l’art. 32 erano pratiche sanitarie, imposte alla persona, che risultassero diminutive della sua integrità fisica, contro la sua volontà e che partissero dall’idea di un minus-valore della sua vita rispetto agli altri umani.

… il personalismo è altra cosa rispetto all’individualismo e che la libertà impone al singolo una serie di obblighi: essa è fonte di responsabilità. (…)

L’autodeterminazione incontra il limite della “persona umana”, intesa come essere sussistente che precede l’autodeterminazione. Non ci si può autodeterminare sulla fine della vita se non altro perché ciò significherebbe privarsi della stessa possibilità di autodeterminarsi. Esiste, cioè, una dignità come valore oggettivo, che è “opponibile” alla persona e alla sua stessa libertà, almeno in casi estremi.

No, l’articolo 32 non parla di Eluana

di Marco Olivetti – Europa 31 Marzo 2009

Nel suo intervento su Europa di venerdì, il senatore Ceccanti, dopo aver esaminato varie contraddizioni a suo avviso esistenti nell’approccio della Chiesa ai temi morali e bioetici, riconduce la posizione della CEI (e del cattolicesimo organizzato italiano) sulla questione del fine vita all’abbandono dell'”ottimismo” personalistico. Quest’ultimo, fra l’altro, starebbe dietro l’articolo 32, 2° comma, della Costituzione, voluto in Assemblea costituente da Moro e da Leone, e che – secondo Ceccanti – “garantisce un generale diritto al rifiuto delle cure, tranne per esigenze imprescindibili legate alla salute di tutti”. (altro…)

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