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Europa.it quotidiano

Sister Mary Stigmata

15 febbraio 2011

Commenti –
Se le suore si arrabbiano
Massimo Faggioli

È da alcuni anni che la conferenza episcopale americana ha una donna come portavoce. Ma quello che è successo domenica scorsa in Italia è davvero molto particolare. Il messaggio letto da suor Eugenia Bonetti alla manifestazione in difesa della dignità delle donne scavalca qualsiasi organigramma istituzionale e rappresenta un precedente per il rapporto tra chiesa italiana, questione femminile e mondo della politica. Il suo discorso durato undici minuti contiene molti altri messaggi.
La chiesa italiana è fatta non solo di monsignori ma anche (e soprattutto, quando si parla di trasmissione della fede cristiana) di donne, ed è una chiesa che conosce le “donne di strada” e i loro destini meglio degli impresari del mercimonio dei corpi e delle anime.
I veri benefattori di quei corpi e di quelle anime sono altri (si pensi a don Benzi, scomparso nel 2007), come tutti sanno ma molti fanno finta di non sapere. (altro…)

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Il blog di Luigi Accattoli.

E’ venerdì e un gruppo di una dozzina di ragazzi si ritrova per preparare la cena dei “barboni” che dormono alla stazione centrale di Bologna. Una parte di noi fa il “giro” dei negozi per raccogliere pane, salumi e brioches che non sarebbero vendibili all’indomani. Poi ci si raduna in parrocchia dove altri, specie i minori di 16 anni che non possono andare in stazione, tagliano il pane e imbottiscono i panini, dividendoli tra formaggio (per i musulmani) e carne. E magari pensi che qualcuno riceverà in mano ciò che stai preparando e che quello sarà tutta la sua cena, o il primo pasto decente da giorni. In un’ora si incartano fino ad una cinquantina di panini. – Un giovane amico di nome Pietro Canelli ha fatto su mia richiesta questo racconto che continua nel primo commento al post. Ringrazio Pietro e mi complimento per la sua scrittura e per quello che fa il venerdì sera, quando gli altri ragazzi si godono la prima serata libera della settimana.

Continua il racconto di Pietro Canelli iniziato nel post. Verso le otto e mezza i sacchi sono pronti e si cena nella canonica che è la casa dei nostri tre preti ma è anche un porto di mare dove telefono e campanello squillano ininterrottamente e dove i parrocchiani, i migranti e chiunque voglia può vivere una vita di comunità per periodi più o meno brevi, due giorni o due anni. E’ essenziale per gli autoctoni la cena: è obbligatorio mangiare tutti assieme e non parlare al cellulare pena il lavaggio dei piatti. Si apparecchia per una mezza dozzina di persone in più e a tavola puoi incontrare un venezuelano capo-scout, un elettricista afghano o un ragazzo ai domiciliari, oltre a una serie di parrocchiani altrettanto improbabili.
Dopo cena arrivano altri ragazzi. Ci si ferma in chiesa dove a turno uno di noi guida un momento di preghiera. Bastano dieci minuti e si è fuori a caricare sui furgoncini e sulle auto i cibi e il the caldo. Si arriva al Piazzale Est della stazione verso le 9, dove il grosso dei senzatetto attende impaziente noi e i nostri “colleghi” di Crevalcore che, oltre ai viveri, portano il prete. Appena arrivati si forma un cerchio per un Padre Nostro, mischiati ai barboni. Ci mettiamo a semicerchio in coppie, ognuna delle quali distribuisce qualcosa di diverso alla maniera dei self-service: i panini, da bere, la frutta e le brioches o i cioccolatini, quando ci sono.
Non si tratta solo di sfamare gli affamati ma di parlare, dare attenzione, trattarli da esseri umani spesso solo tramite un gioco di sguardi che vale più delle parole. Non tutti si fermano a chiacchierare, ma i pochi che lo fanno hanno storie sbalorditive: di viaggi, di figli lontani, di speranze e di manrovesci della fortuna che li hanno portati in quella situazione.
I più adulti, se avanza qualcosa, vanno alla ricerca di quelli che, per orgoglio o sfinimento, sono restati nei loro “rifugi”: i sottopassi e i passaggi tra un edificio e l’altro, dove si è più riparati dal vento. Le situazioni più toccanti si trovano in sala d’attesa dove il caldo richiama i più deboli. Verso le 11 si ritorna a casa con qualcosa dentro.

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22 dicembre 2010
BOEMIA
Preghiera, un seme nella terra più atea
Da Praga sono settanta chilometri di strade sempre più deserte. Colline e pascoli, e rari villaggi silenziosi. Pioviggina e c’è nebbia. Boemia, nel cuore dell’antica Europa austroungarica una terra che sembra abbandonata. Qui e là solitari campanili. La regione più secolarizzata d’Europa, dove il 60% della popolazione si dichiara atea. Finalmente un cartello: “Trapistkycký klàster”. (altro…)

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Intreccia­re «strada», «case» e «oggi» è … premessa, conseguenza, metodo e contenuto di ogni rinnovamento parrocchiale. E significa confron­tarsi con concreti e precisi «nodi»: imparare ad abitare «anche» fuori casa (senza paura di attraversare e percorrere strade impegnative e nuove); non aver paura della stra­da: viaggiare per non restare chiusi nei propri confini e orizzonti; ri­pensare le categorie dell’educare, dell’essere casa, famiglia, giovani…; costruire comunità e comunità di «famiglie vicine»; promuovere vita culturale e tensione per il «bello» per contrastare degrado, ingiustizie e solitudine; fare della celebrazione liturgica il momento di sintesi, di nutrimento e di verità tra il dire e il testimoniare giustizia e solidarietà; rispondere alle ingiustizie (mute e gridate) che vengono dalla strada. «Strada», «casa» e «oggi» sono, tra l’altro (così ci dicono gli studiosi della parola di Dio) termini biblici di inesauribile ricchezza. Tenerli insieme è sfida e aiuto per non restare chiusi nella propria casa e/o nella pro­pria parrocchia, non costruire case, chiese, cortili e/o oratori lontani dalla strada, dalla fatica ma anche dalla bellezza dell’abitarla, non il­ludersi di crescere e maturare «so­lo » sulla strada o solo nel chiuso di qualche struttura e/o istituzione; non fare dell’educare un semplice manuale di comportamento che ingigantisce la forma e calpesta la sostanza; un manuale che insegna a non trasgredire i precetti ma non a vivere le responsabilità. Se l’esse­re «tra le case» continua il suo di­namico confronto con la strada, le nostre parrocchie possono sprigio­nare la loro potenziale vitalità e ri­velare tutta la loro forza e attualità! Mai come oggi le «case», le persone e le famiglie hanno fame e sete di luoghi in grado di consegnare pos­sibilità di senso e autentica vita co­munitaria. Di speranza.

22 dicembre 2010
LA TESTIMONIANZA
Per una Chiesa «di strada»
Sono nato in Veneto, a Pieve di Cadore, provincia di Belluno, nelle Dolomiti. La mia fami­glia si è trasferita a Torino negli an­ni Cinquanta. La nostra prima casa fu una delle baracche del cantiere dove lavorava mio papà, uno degli operai impegnati nella costruzione del Politecnico. La fatica del lascia­re la propria terra, del trasferirsi in una grande città – dove l’acco­glienza e la generosità di alcuni non facevano dimenticare le chiu­sure e i rifiuti di altri – mi ha segna­to nel profondo, ma mi ha anche aiutato a mettermi nei panni degli altri, a capire ad esempio le storie di quei ragazzi che, qualche anno dopo, sarebbero arrivati a Torino dalle regioni del Sud. Spaesati. Sui portoni di molte case una scritta terribile: «Non si affittano case ai meridionali». (altro…)

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Pope Benedict XVI – BBC

Recalling with great fondness my four-day visit to the United Kingdom last September, I am glad to have the opportunity to greet you once again, and indeed to greet listeners everywhere as we prepare to celebrate the birth of Christ.

Our thoughts turn back to a moment in history when God’s chosen people, the children of Israel, were living in intense expectation.

They were waiting for the Messiah that God had promised to send, and they pictured him as a great leader who would rescue them from foreign domination and restore their freedom.

God is always faithful to his promises, but he often surprises us in the way he fulfils them.

The child that was born in Bethlehem did indeed bring liberation, but not only for the people of that time and place – he was to be the Saviour of all people throughout the world and throughout history.

And it was not a political liberation that he brought, achieved through military means: rather, Christ destroyed death for ever and restored life by means of his shameful death on the Cross.

And while he was born in poverty and obscurity, far from the centres of earthly power, he was none other than the Son of God.

Out of love for us he took upon himself our human condition, our fragility, our vulnerability, and he opened up for us the path that leads to the fullness of life, to a share in the life of God himself.

As we ponder this great mystery in our hearts this Christmas, let us give thanks to God for his goodness to us, and let us joyfully proclaim to those around us the good news that God offers us freedom from whatever weighs us down; he gives us hope, he brings us life.

Dear friends from Scotland, England, Wales and indeed every part of the English-speaking world, I want you to know that I keep all of you very much in my prayers during this Holy season.

I pray for your families, for your children, for those who are sick, and for those who are going through any form of hardship at this time.

I pray especially for the elderly and for those who are approaching the end of their days.

I ask Christ, the light of the nations, to dispel whatever darkness there may be in your lives and to grant to every one of you the grace of a peaceful and joyful Christmas.

May God bless all of you.

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Cronaca di un matrimonio (per me) speciale
Aldo Maria Valli
Hanno tutti e due lavori precari, ma non hanno rinunciato al loro sogno di metter su una famiglia. Che coraggio? Forse sarebbe meglio dire: che fede…

Lunedì 6 dicembre, giorno di san Nicola, vigilia di sant’Ambrogio e antivigilia dell’Immacolata, ho partecipato a un bel matrimonio. Cadeva la neve a Rho, e la sposa sembrava lei stessa un fiocco di neve, però molto sorridente. Venticinque anni lei, ventisei lui. Chiesa addobbata con semplicità. Niente fotografi e cameramen, ma tanti amici e un coro stupendo. Canti partecipati da tutti. Qualche lacrima negli occhi dei genitori. (altro…)

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Il nuovo politeismo e i suoi idoli tentatori.

Lo scorso 13 settembre, nel ricevere il nuovo ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Walter Jürgen Schmid, Benedetto XVI ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha così proseguito: “Molti uomini mostrano oggi un’inclinazione verso concezioni religiose più permissive anche per se stessi. Al posto del Dio personale del cristianesimo, che si rivela nella Bibbia, subentra un essere supremo, misterioso e indeterminato, che ha solo una vaga relazione con la vita personale dell’essere umano. Se però uno abbandona la fede verso un Dio personale, sorge l’alternativa di un ‘dio’ che non conosce non sente e non parla. E, più che mai, non ha un volere. Se Dio non ha una propria volontà, il bene e il male alla fine non sono più distinguibili. L’uomo perde così la sua forza morale e spirituale, necessaria per uno sviluppo complessivo della persona. L’agire sociale viene dominato sempre di più dall’interesse privato o dal calcolo del potere”.

Da queste parole si capisce ancor più il motivo per cui oggi, per papa Benedetto, “la priorità suprema e fondamentale” sia di riaprire a una umanità disorientata l’accesso a Dio.

E “non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.

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