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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Tre figli

Circa 10 anni fa, nel pieno della vecchia crisi, PI si reca alla filiale della banca per chiedere un nuovo prestito.

Viene ricevuto dal direttore a cui inizia a esporre la richiesta. Mentre lo fa nota sulla scrivania una foto con 3 bambini, e incidentalmente dice al direttore che anche lui ha tre figli.

Finita la esposizione il direttore gli comunica che non può concedergli il finanziamento, anzi deve chiedere a PI di rientrare del tutto del fido – effettivamente piuttosto ingente – di cui dispone sul conto.

PI lascia l’ufficio del direttore dichiarando che capisce, poi concorderà un piano di rientro che rispetterà nei mesi successivi, al termine del quale chiuderà il conto.

Nel frattempo la situazione non migliora e PI dovrà ridurre il personale licenziando i 3 dipendenti con minore anzianità. Due di questi hanno figli, 3 in totale.

 

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La folla sola

Politica e corpi intermedi, quella folla adesso è sola

Si chiama «disintermediazione», ma ora nessuno appartiene più a niente. E scatta la ribellione. «Dicono che la Nazione sia un ferrovecchio e un’altra appartenenza viene meno»

(Fotogramma)(Fotogramma)
shadow

Che abbaglio colossale abbiamo preso, noi che abbiamo inneggiato incantati alla modernità che ci avrebbe fatto più simili agli altri, ai Paesi più avanzati. L’abbiamo chiamata liberazione, ed era solitudine di massa. Emancipazione dalle appartenenze, dalle ideologie, dalle corporazioni, oppure, con termine gergale più sofisticato, «disintermediazione», annullamento dei mille corpi intermedi che fanno da cuscinetto tra lo Stato e l’individuo. Ma ora, a emancipazione avvenuta, nessuno appartiene più a niente. È solo, senza vincoli, senza luoghi in cui ritrovarsi, senza una comunità in cui vivere insieme agli altri. Solo con una tastiera, escluso da tutti, forgotten man, ma nel senso che è dimenticato da tutti, non solo dal potere lontano, quello che non si occupa più di te. E ti tratta pure con disprezzo. E non sa più come parlarti. E in quale lingua poi, visto che è una lingua che appartiene solo a pochi. Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata per esempio il disprezzo per i partiti. Mea culpa. I partito erano quello che erano, elefantiaci, costosi, mostri burocratici, arroganti, molto disinvolta con una certa intermediazione che conoscevano bene, quella con cui gonfiavano le risorse che consentivano apparati mastodontici. Ma le sezioni dei partiti erano cose serie. Ce n’erano in ogni quartiere, in ogni rione: tre, cinque, otto sezioni di partito, non molto distanti. Qualche volta volavano cazzotti, ma solo qualche volta. In quelle sezioni ci si riuniva, si andava la sera dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava, si giocava a carte e a biliardino. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere.

Periferia abbandonata

Oggi non ce n’è più neanche una (o forse qualcuna, vuota, riempita solo a ridosso di scadenze elettorali, non con militanti ma con subalterni malpagati che preparano i volantini). Non ci sono giornali di partito in cui riconoscersi all’edicola. Non ci sono più tante edicole. Se hai un problema con il lavoro, i sindacati, altro corpo intermedio potentissimo, sempre più burocratico e autoriferito oramai, non ti danno più una mano, per il semplice fatto che non esistono più, svaniti nei loro bunker. Non esiste più un cinema di quartiere. Non esiste più un teatro di quartiere, non esiste più un luogo dove andare a sentire qualche concerto nelle periferie abbandonate: ma ormai è tutto periferia abbandonata. E non ci si affeziona alle periferie abbandonate. Sei solo, asserragliato in casa, non vai più al cinema, non vai più «al partito», non vai più «al sindacato», hai paura anche, ma in tv dicono che statisticamente non dovresti più avere paura. E allora non voti più, e se vai a votare voti quelli che ti sembrano l’unica comunità rimasta, e che almeno riesce a dare una lezione a quelli che contano ma non contano più nulla per te.

Arcaiche «corporazioni»

David Riesman, già negli anni Cinquanta, la chiamava «folla solitaria». Ecco, la «folla solitaria» è arrivata, trascinata dalla «disintermediazione». Si svuotano le parrocchie, anche. E i campetti dove i ragazzi giocavano a pallone: «alla viva il parroco» si diceva appunto. Come diceva Paolo Conte: «Neanche un prete per chiacchierar». Le organizzazioni di mestiere sono state liquidate come arcaiche «corporazioni»: al loro posto, il nulla. Le banche popolari: erano un’istituzione sociale, fondata sulla fiducia che si deve alla banca dei padri, dei nonni, dei bisnonni, e adesso cosa sono diventate? E le cooperative, che hanno di diverso oramai da una gelida organizzazione industriale dove il sentimento di appartenenza è semplicemente sparito? E i consorzi, le reti che ti tenevano legati a un territorio, a un sapere condiviso, a un mestiere, a una competenza? Tutti svanito, tutto disintermediato: la «folla solitaria».

L’ingresso nella tumultuosa post-modernità

Le statistiche, quelle davvero interessanti, dicono che i ceti disagiati, mandano sempre meno i loro figli all’Università: e quando il merito viene strapazzato, resta solo il privilegio, oppure la raccomandazione, l’ultimo legame che unisce le persone alla politica, detto anche «voto di scambio». È stata una liberazione, ma che ne è delle strade dei quartieri periferici in cui non c’è più un negozio? Una folla solitaria nelle strade solitarie. C’è qualcosa di sbagliato nel modo con cui abbiamo concettualizzato l’ingresso nella tumultuosa post-modernità. La famiglia in cui sei un po’ meno solo? Una gabbia. Anche la Nazione dicono che sia un ferrovecchio e un altro luogo mentale dell’appartenenza viene meno, salvo sfogarsi quando la Nazionale vince i Mondiali. E allora scatta la ribellione cieca. E sopra ci si lamenta della rozzezza, come se ai sanculotti occorresse fare l’esame di eleganza.«

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Marmelàdov

«Pietà di me? Perché aver pietà di me?!» urlò d’un tratto
Marmelàdov, alzandosi con un braccio proteso, in preda a una
vera e propria ispirazione, come se non avesse aspettato altra
occasione che quelle parole. «Perché aver pietà, tu dici? Sì!
Perché aver pietà di me?! Crocifiggermi bisogna, inchiodarmi
sulla croce, altro che aver pietà di me! Ma crocifiggimi,
giudice, crocifiggimi, e dopo avermi crocifisso abbi pietà di
me! E allora io stesso verrò da te per essere messo in croce,
poiché non di letizia ho sete, ma di lacrime e dolore!… Credi
tu, oste, che questo tuo mezzo litro mi si sia tramutato in
dolcezza? Dolore, dolore cercavo in fondo ad esso, lacrime e
dolore, e l’ho assaporato, l’ho avuto; ma avrà pietà di noi colui
che di tutti ha avuto pietà, e che tutti e tutto ha compreso: egli è
l’unico, egli è il giudice. Verrà in quel giorno e chiederà: ‹Dov’è
la figlia che s’immolò per la sua matrigna malvagia e tisica, per
i teneri figli d’altri? Dov’è la figlia che ebbe pietà del padre suo
terreno, ubriacone impenitente, anziché aver orrore della sua
bestialità?› E dirà: ‹Vieni! Io ti ho già perdonato una volta… Ti
ho perdonato una volta… E anche ora ti vengono perdonati i
tuoi molti peccati, perché molto hai amato…› E perdonerà la
mia Sònja, la perdonerà, so bene che la perdonerà… L’ho
sentito nel mio cuore poco fa, quand’ero da lei!… E tutti
giudicherà e perdonerà, i buoni e i cattivi, i saggi e i mansueti…
E quando avrà finito con tutti, allora apostroferà anche noi:
‹Uscite,› dirà, ‹voi pure! Uscite, ubriaconi, uscite voi, deboli,
uscite voi, viziosi!› E noi usciremo tutti, senza vergognarci, e
staremo dinanzi a lui. Ed egli ci apostroferà: ‹Porci siete! Con
l’aspetto degli animali e con il loro stampo; però venite anche
voi!› E obietteranno i saggi, obietteranno le persone ricche di
buon senso:
‹Signore! Perché accogli costoro?› Ed egli risponderà: ‹Perché
li accolgo, o saggi, perché li accolgo, o voi ricchi di buon
senso? Perché non uno di loro se ne è mai creduto degno…› E
ci tenderà le sue mani, e noi vi accosteremo le labbra, e
piangeremo… e capiremo tutto! Allora capiremo tutto! Tutti
capiranno… anche Katerìna Ivànovna… anche lei capirà…
Signore, venga il regno tuo!»

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Antoine

a flor

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Il referendum sul finanziamento alle scuole private, svoltosi domenica scorsa a Bologna, ha un significato che va al di là del tema pur molto importante della scuola. Nella città che è stata finora il luogo e il simbolo (anche se ultimamente un po’ appannato) non solo della vocazione della sinistra alla buona amministrazione, ma anche della sua capacità di innovare e di innovarsi, di trovare soluzioni pragmatiche al di là di ogni rigidità ideologica, il risultato del referendum è scioccante.

E’ vero che i votanti sono stati pochissimi, così che i voti per l’abolizione sono stati 50.000: un numero veramente troppo piccolo per determinare una scelta così importante. Il comune avrà buoni argomenti per proseguire per la sua strada, trattandosi soltanto di un voto consultivo. Tuttavia il risultato non potrà non pesare sugli equilibri politici, e soprattutto sugli equilibri culturali interni alla sinistra. Non si tratta solo della laicità della scuola. Il tema è la concezione dello stato e del ruolo che esso deve e può svolgere in una società complessa e difficile come la nostra. La sinistra, non solo quella comunista, ma spesso anche quella socialdemocratica, è stata sempre caratterizzata da un’impostazione fortemente statalista, cioè ha affidato alla gestione diretta dello stato la garanzia dei suoi valori fondamentali: la giustizia sociale e l’eguaglianza dei cittadini.

Nell’ultimo scorcio del Novecento in molti luoghi di elaborazione della sinistra europea si è sentita l’esigenza di rivedere questa impostazione e di introdurre nel proprio tessuto culturale i principi della responsabilità individuale, della libertà di scelta, dell’autonomia dei soggetti sociali: non per diminuire il ruolo dello stato, ma per articolarlo in relazione a una società fortemente differenziata e pluralista. Si trattava di portare la sinistra ad essere un po’ più liberale: un po’ più americana e un po’ meno prussiana, se si vuole; un po’ più Kennedy e un po’ meno Bismarck. Nel nostro caso, fu Occhetto, nel lontano 1987, a parlare di stato regolatore e non gestore. Un’eresia per molti allora nel Pci. Che molti ancora non hanno digerito. E che produce un’idea diversa del rapporto tra pubblico e privato.

Il “sistema integrato” di scuola statale e privata, configurato dalla legge di parità, approvata nel 2000, ma frutto del governo Prodi e del ministro Berlinguer, realizza appunto questo diverso rapporto: le scuole private, entrate nel sistema secondo criteri definiti, fanno parte dell’offerta di istruzione delle istituzioni pubbliche (stato o enti locali), che controllano, legittimano, e quindi finanziano, riconoscendo la funzione pubblica svolta da quelle scuole. In questo modo è possibile realizzare una espansione delle opportunità formative della popolazione, con un costo per le istituzioni minore di quello che sarebbe se si dovessero fornire nuove scuole statali. Ma i promotori del referendum bolognese considerano questo vantaggio un compromesso inaccettabile, una svendita dei sacri principi. La giustizia, l’eguaglianza, e anche la laicità, visto che le scuole private sono nella stragrande maggioranza istituti cattolici.

C’entra il ruolo dello stato con la difesa della laicità? C’entra, eccome. La laicità infatti si può intendere in modo molto diverso da un punto di vista statalista e da un punto di vista liberale. Lo statalista pensa che lo stato debba escludere dalla vita pubblica e dalla scuola, vista come il luogo principe della formazione dei cittadini, ogni espressione religiosa. E che solo la gestione diretta delle scuole garantisca questo risultato. Il liberale pensa invece che lo stato abbia il compito di garantire l’eguaglianza tra i cittadini di diverse religioni e la loro libertà di espressione religiosa, anche nelle istituzioni, anche nella scuola. Regolatore e non necessariamente gestore, appunto. E’ triste vedere come la cultura politica della sinistra stia progressivamente arretrando rispetto a quella che resta la sua unica stagione vincente, non solo in termini elettorali ma anche di idee. Ed è triste anche pensare che oggi ogni voto diventa un’occasione per sparare sul Pd, considerato un traditore della sinistra, senza che il Pd sia in grado di condurre una battaglia per difendere le sue idee e le sue scelte.

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pieghevole vescovo elezioni-1

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Berlusconi è una manna per tantissima gente mediocre, che di fronte a lui finalmente può sentirsi un gigante di democrazia e impegno civile.
Tutti costoro dovrebbero temere una sparizione del suddetto che li ricaccerebbe in un grigio anonimato fatto di bassa autostima… ma ognuno deve potere godere del suo quarto d’ora di gloria.

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