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Archive for the ‘Amici’ Category

Un amico – qualificato e in buona fede – discutendo di matrimonio gay (lui pro, io contro), tra l’altro si riferiva alla omosessualità come di derivazione psicologica o genetica. Ripensandoci mi chiedo se anche lui non finirà per passare qualche brutto momento con la ottusa proposta legge sull’omofobia, visto che collegava l’omosessualità a fattori che possono essere intesi come patologici e non a libera e insindacabile scelta….

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Salvatore…

Vorrei rivolgere, innanzitutto, un ringraziamento davvero affettuoso ai tanti che in questi ultimi giorni, durante la brevissima campagna elettorale per le primarie o dopo aver conosciuto il risultato, hanno espresso stima nei miei confronti, apprezzamento per l’impegno che ho profuso in Parlamento e nel PD, sostegno alla mia candidatura. Mi hanno convinto di aver fatto la scelta giusta, accettando il rischio della competizione, pur conoscendo le insidie del contesto in cui si sarebbe svolta.

I numeri finali dimostrano peraltro che non si è trattato di un’avventura velleitaria. Mi sarei sentito altrimenti colpevole verso coloro a cui ho chiesto il voto, non come un atto di testimonianza.

Con la mia candidatura – insieme a tante persone impegnate da tempo nel PD bolognese o incontrate da poco, appassionate, generose, attive nel capoluogo e in molti comuni della provincia – abbiamo proposto un concreto, specifico e praticabile obiettivo politico: riportare in Parlamento un punto di vista esigente sulla riforma dei partiti e delle istituzioni, tenere viva a Bologna e in Italia la visione di un PD aperto, plurale, nel quale abbiano cittadinanza le idee di una sinistra autenticamente democratica e liberale, libera dalle appartenenze e da schemi ideologici del secolo scorso. Una visione che, con la segreteria di Walter Veltroni, era stata messa a fondamento del progetto del Partito Democratico, ed è stata poi riproposta, con termini e un registro comunicativo diversi, attraverso la candidatura di Matteo Renzi.

L’obiettivo poteva essere raggiunto se la cosiddetta area “renziana” bolognese non fosse stata spaccata da una seconda candidatura maschile che alla prova dei fatti si è dimostrata più debole, di cui in molti avevano segnalato il possibile effetto, ma che era considerata indispensabile, oltre che dall’interessato, da autorevoli esponenti locali del PD. Nonostante questo primo ostacolo, l’obiettivo sarebbe stato abbordabile, se Paolo Bolognesi non avesse ottenuto un risultato largamente imprevisto. In assenza di uno solo dei due fattori, avremmo potuto farcela. In ogni caso, tremila voti ottenuti uno per uno sulla base di una opinione informata, il 30 dicembre, nel recinto predeterminato degli elettori registrati, rappresentano un risultato assai apprezzabile, di cui possiamo andare fieri, che testimonia un radicamento non effimero (qui i risultati).

Sta di fatto che, alla fine dei conti, per errori nostri o per il modo in cui le primarie sono state amministrate da chi governa il partito, nel complesso delle candidature per il Parlamento, in Emilia-Romagna e un po’ in tutta Italia, non rimangono che tracce isolate delle posizioni in ragione delle quali abbiamo contribuito a fondare il PD, così come della domanda espressa il 2 dicembre dal 40% degli elettori.

Il mio impegno civile non si conclude con la sconfitta del 30 dicembre. Ma è evidente che ogni prossimo passo – non solo per me, credo – non potrà che partire da questo bilancio.

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Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
Le contromisure, fino a quel punto,
si limitarono all’invettiva

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Il 29 aprile è nata Agata. Dopo 9 mesi di gravidanza perfetti senza nemmeno una nausea, il 21 aprile abbiamo scoperto (tramite un’ecografia di controllo) che Agata ha una sindrome rarissima che vede necessari diversi interventi chirurgici. Appena uscita dall’ospedale (dopo che mi avevano diagnosticato il problema), ho guardato mio marito e gli ho detto: «ci è data così, l’affrontiamo giorno per giorno», poi ho pensato che il Signore ha veramente della fantasia ad affidare a due come noi una cosa così. Il pomeriggio gli ho chiesto di andare a Loreto perché avevamo bisogno di guardare in faccia Chi questa cosa ce l’ha data e di iniziare subito ad affidarci e a chiedere il Miracolo. Subito mi è venuto in mente quello che diceva la Lella: «I figli sono nostri ma non ci appartengono, ci sono dati da custodire, da venerare da contemplare e su di loro c’è un progetto e un destino grande di felicità». Di questo ne sono sempre più certa perché una cosa così non me la sarei mai immaginata ma ogni volta che guardo Agata mi sento preferita e mi scoppia il cuore come se avessi davanti Gesù. Non c’è mai stato un secondo in cui abbia pensato a questa storia come una sfortuna. Dopo aver partorito non l’ho vista per due giorni perché subito l’hanno ricoverata in un reparto diverso dal mio. Appena l’ho vista la sofferenza è stata grande (era sola in una cameretta con 1000 tubi attaccati) ma mi sono sentita investita di una Tenerezza che mi ha riempito di gratitudine. E’ incredibile la compagnia che si è generata intorno ad Agata me e Baffo a partire da questo fatto. Agata è un dono e un Miracolo non solo per noi ma anche per le nostre famiglie e i nostri amici; lo strumento che Dio sta usando per farci sempre più suoi e insegnarci a pregare. Penso al sostegno quotidiano che ci stanno facendo i miei amici della fraternità che sono diventati come la mia famiglia: la Tella che viene a lavarmi i piatti, la Mary Fer che mi compra i vestitini per Agata che mi mancano, la Maddy che arriva la sera invitata a cena e si trova a cucinare o a tenere Agata mentre noi mangiamo, la Sara che mi guida in tutta la burocrazia e ci porta al mare ecc. Poi in ospedale quando Agata era ricoverata e nessuno a parte me, Baffo e mia mamma poteva entrare nella sua stanza c’erano sempre la Bau, la Lety Conti e Marto (che essendo medici al Sant’Orsola potevano venirci a trovare) un sostegno e degli sguardi vitali in quei giorni difficilissimi! Poi i nostri genitori: una compagnia materiale e umana che si intensifica ogni giorno. Manlio che sbuca una sera a Bologna mi dà un abbraccio e va via, Caco che è venuto a pranzo con me e Baffo nei 5 minuti che avevamo liberi tra una visita e l’altra. La Cate che quando eravamo a Bologna mi veniva a prendere in ospedale, mi preparava il pranzo e mi riportava da Agata (la conoscevo a mala pena ma solo perché amica della Zamma mi sentivo libera di chiederle tutto). Poi penso al Luogo che è diventato casa nostra: non abbiamo mai invitato più di 4 persone perché abitiamo in una casa piccolissima e ora a volte ci troviamo in 20. Poi la gente che non mi sarei mai immaginata e che non conosco nemmeno che prega per noi. Ora il cammino non è facile: la quotidianità (piena di visite e burocrazie) chiede in ogni istante la mia conversione ma quando guardo Agata con tutta la paura e l’inadeguatezza che sento per tutto quello che dovremo affrontare penso che forse anche Maria quando guardava Gesù non si sentiva in grado di portare una cosa così grande eppure era tra le sue braccia e l’ha accolto, abbracciato e accompagnato ogni istante fino alla croce. Desidero dentro tutta l’incapacità che mi sento essere per Agata la stessa compagnia fedele che è stata Maria per Gesù: strumento del Suo disegno.

Maria Grazia

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Una telefonata, corro a prendere il quotidiano, apro ed ecco il titolo: «Miracolo Agata». Leggo con attenzione le righe scritte sotto ed arrivo alla firma dell’articolo: Maria Grazia. Poi penso….non può essere solo una coincidenza. E’ un nome che ci lega, una vita, una storia: Agata, la Agata di Maria Grazia e la mia Agata. Dobbiamo conoscerci, dovete conoscervi figlie nostre. Nel giro di poche ore ci sentiamo, ci raccontiamo un po’, ma i nostri cuori sono fiumi in piena e poi il grande proposito: a settembre ci incontreremo. E così nella mia mente ancora una volta ripercorro la storia della tua attesa, della tua vita, cara Agata. Agata: un nome venuto da lontano, da quella prima figlia dei nonni del maso su in valle di Casies, nel quale amiamo rifugiarci lontani da tutto. Un nome che è piaciuto a tutti noi, a papà Marco, a mamma Giovanna ed ai tuoi fratellini Matteo e Tommaso. Tutto filava liscio quando, all’undicesima settimana di gravidanza, durante un’ecografia di routine il ginecologo vede che c’è qualcosa di strano nel tuo corpicino. Iniziano le indagini diagnostiche, le visite, gli esami e presto si capisce: onfalocele gigante. Da quel momento la tua attesa Agata si è fatta più intensa, più preziosa. I medici ci misero a conoscenza dell’importanza della malformazione, dell’eventualità di altre patologie associate, della possibilità quindi di fare una scelta…..per noi insostenibile, inattuabile, impossibile: «Finchè quel cuoricino batterà Signore, io lo aiuterò e lo proteggerò», ho sempre detto. Tutta la nostra famiglia accompagnata da tanti amici si è unita attorno a te, a questo dono grande , ed il 19 marzo 2010 sei nata, Agata. Forte, vitale con tutta la grinta necessaria ad affrontare due ore dopo la tua nascita quell’importante intervento chirurgico nel reparto e ad opera del prof. Lima, unico chirurgo pediatrico che in tutta la gravidanza ci incoraggiò e supportò la nostra scelta. Persona speciale sia umanamente che professionalmente, il professore riuscì dopo alcune ore di intervento a risolvere il tuo problemino. Dopo solo 2 settimane di degenza, tornasti a casa dai tuoi fratellini che ti aspettavano trepidanti: tutto era andato bene. Quante preghiere, quanti messaggi di amici e conoscenti; si era formata una «rete», come noi amavamo definire, una rete fitta pronta ad attutire la tua caduta, il tuo volo in questo mondo. Ad un anno da quell’evento un’altra prova. Martedì la tua mamma Agata ha fatto la dodicesima seduta settimanale di chemioterapia. Sì, perchè il Signore ci ama e ci chiede di stargli vicino. Perché la tua mamma, poco dopo il tuo primo compleanno, ha saputo di avere un carcinoma mammario, che solo oggi so di aver avuto anche mentre tu eri nel pancione, ma il Signore giustamente allora aveva la priorità per te, creatura meravigliosa. Ora sto combattendo con tutte le mie forze contro questo compagno indesiderato, con la forza della fede, di papa Giovanni Paolo II con il suo invito «Non abbiate paura; aprite, anzi spalancate le porte a Cristo», e con la grande forza e per amore dei nostri tre figli, Matteo, Tommaso ed Agata. e pensa dolce tesoro che solo qualche settimana fa abbiamo scoperto che la protettrice delle donne operate al seno è sant’Agata. Ancora una volta una coincidenza, un disegno. Ed anche in questa circostanza si è attivata quella rete di affetti e di preghiere, perché anche la malattia, anche le prove sono un periodo di Grazia ed un’occasione per ringraziare Dio di tutto quanto abbiamo ricevuto nella vita, ed io sono una persona veramente fortunata. Ringrazio anche mio marito, un grande compagno di vita, nella buona e nella meno buona sorte. Ringrazio i nostri figli, che ogni giorno ci insegnano ad amare la vita. Ringrazio i miei genitori, le mie care sorelle, i miei suoceri, che mi aiutano nella gestione della famiglia nelle giornate pesanti. Ringrazio tutti i nostri amici, che mi accompagnano pazientemente alle visite, per ospedali, con messaggi e non ci lasciano mai soli: Laura innanzitutto, Paola, Monica, Marzia, Stefania, Elena, don Silvio, Don Massimo e tantissimi altri. Il Signore è grande. Per questo vi chiediamo solo una cosa. Una preghiera.

Giovanna

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Redefining Marriage, Part 2: The Root of the Problem | Blogs | NCRegister.com.

Of all these, the root of the problem, more than anything else, is contraception.

A contraceptive culture is a divorce culture, a cohabitation culture, a pornography culture. Same-sex marriage is inevitable in a contraceptive culture, because a contraceptive culture can have no coherent understanding of what marriage is, or even what sex is.

That’s why I said that the problem is something that “by and large, we ourselves—Catholics as well as Protestants—have accepted, tolerated and embraced.” Here, at the very root of the problem, we Catholics are as culpable as anyone else, if not more so. Contraceptive use among Catholic couples appears to be comparable to that of the population at large.

The notion that contraception pollutes a marriage in a manner comparable to adultery, something commonly understood by Catholics and non-Catholics 75 years ago, is incomprehensible to most Americans today, Catholic as well as non-Catholic. Yet once we accept the divorce of the unitive and the procreative aspects of the nuptial embrace, the other battles are lost.

 

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Laurea ad honorem a Imprudente “Di me dicevano: è un vegetale” – Bologna – Repubblica.it.

“Faccio una premessa, sono molto emozionato, quindi balbetterò”, così spiazza la platea di Palazzo Ruffi-Briolini a Rimini: tutti scoppiano a ridere perché Claudio Imprudente parla attraverso lo sguardo, con gli occhi indica le lettere dell’alfabeto che vengono pronunciate ad alta voce da chi lo accompagna. …

Il professor Andrea Canevaro, che ha voluto questo premio: “Claudio ci ha dimostrato che esiste un orizzonte più ampio, che non è solo quello che ci offrono i nostri sensi. Questa non è un’operazione di pietismo, è un’opera di incoraggiamento e di voglia di andare avanti”.

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Ho conosciuto il protagonista della storia che ricordo qui

Il blog di Luigi Accattoli » Il vescovo e il bugliolo.

Un giovane vescovo serviva per due ore al giorno i disabili di una casa di accoglienza dov’era ospitato un ragazzo con forte squilibrio mentale ma capace di qualche prestazione manuale. Un infermiere un giorno chiede al ragazzo di portare in bagno un bugliolo usato ed egli finge di non sentire. Al terzo richiamo risponde seccato: “Sono mica il vescovo io!”

[Il vescovo che faceva quei servizi è Benito Cocchi. La storia mi è stata raccontata a Cento, da amici del vescovo, in occasione di una mia conferenza e io l’ho narrata nel blog alla data del 15 marzo 2007]

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