Domenica, mentre ero ancora via per lavoro, una persona ha chiamato a casa mia e dopo essersi
assicurata che era proprio il mio indirizzo, ha detto che Ivan era morto e che Lunedì ci sarebbe stato il funerale a San Savino. Io ci sono andato, sono arrivato un po’ in ritardo e poi, alla fine, sono quasi scappato come un ladro. Alla messa, tanta gente che non vedevo da tanto, bellissimi preti (alcuni fondamentali per me) e tante suore giovani (tante che non ci credevo). E il rumore solito di una messa con gli ospiti della Casa. Alla Casa della Carità ho fatto l’obiettore per 20 mesi. E’ stato più di 20 anni fa. Poi non mi sono più fatto vedere: stupide incomprensioni con le suore, un periodo brutto della mia vita e la necessità di chiudere gli studi e trovare da lavorare. Insomma ho rubato un po’ di me stesso agli altri e mi sono un po’ comportato da … mongolo, come avrebbe detto Ivan. Ivan non era più lui da un pezzo, ma io non l’avevo più visto.
Quando mi hanno detto di Ivan, ho ripensato a quel periodo e mi è venuto in mente quel passo del Vangelo che dice “quello che avrete fatto a questi piccoli l’avrete fatto a me”. E allora pensavo, applicando arbitrariamente la proprietà transitiva: e quello che loro, quei piccoli, hanno fatto a noi? Anche quello è stato fatto da Lui? E mi sono cullato nel pensiero che quando io e Ivan cantavamo insieme le canzoni della Formula Tre mentre gli facevo il bagno, ci fosse anche Lui a cantare con noi, stonato uguale.
Un aneddoto per capire di chi parliamo: la mattina, quando era ancora a Bologna, Mons Benito Cocchi veniva a svegliare gli ospiti alla Casa e tra le altre cose svuotava il pitale di Ivan. Quando Cocchi fu chiamato altrove, qualcuno provò a convincere Ivan a svuotarselo da solo, il pitale. Lui rispose: “Sono mica vescovo io!”.
Qui sotto ho copiato alcune testimonianze su Ivan e sulla Casa della Carità di Corticella dal sito della Diocesi di Bologna.
Il volto di Ivan
IVAN VECCHI, nato a Bologna e residente in gioventù in zona San Donato, frequentatore di bar dove era facile ascoltare alla radio canzoni di tanti cantanti da Gigliola Cinquetti a Raffaella Carrà, presentati da Mike Bongiorno o Pippo Baudo (“quello lì è il migliore”), magari a Canzonissima. E seguire la domenica le partite del Bologna e della serie A, tanto da conoscere a memoria la formazione del Bologna campione d’Italia e i suoi difensori storici e dal nome indimenticabile (soprattutto se detto da Ivan) come Tumburus. Tante cose si possono dire per far conoscere un po’ Ivan: fino a due-tre anni fa era molto più facile invitare qualcuno a venire alla Casa, perché lì si sarebbe subito visto Ivan venirgli incontro allegro, entusiasta, ma intento a cercare di contenere questo entusiasmo con un tono della voce suadente. Ivan era il BENVENUTO della Casa a chi vi arrivava per la prima, per la seconda, per la decima o per la milionesima volta! Ed era anche l’oratore ufficiale, quello che, in ogni occasione di festa, prendeva ad un certo punto la parola (o glie la davano, se era distratto o intimidito) e faceva un discorso o meglio, come dice lui, uno “scorso”. Fedele chierico alle Sante Messe, ma non rigido e impostato, bensì sempre a suo agio (per esempio è l’unico chierico che ho visto stare seduto a fianco della sedia del celebrante con il piede appoggiato all’altro ginocchio…). Ivan ha la sindrome di down, o, detta con le sue parole, è “sindromedidaun” o, per spiegarsi meglio è “un po’ mongolo” (ma per lui molti lo sono, almeno ogni tanto, e sfido chiunque a negarlo…). Se tutti quelli che lo conoscono raccontassero ciò che hanno vissuto con lui, verrebbe fuori un libro grosso come il Signore degli anelli. Perché tutti quelli che sono passati dalla Casa anche solo una volta, si ricordano di Ivan! Io ricordo, per esempio, tutte le volte che si diceva il rosario tutti insieme nel pomeriggio e lui partecipava a suo modo: sfogliando un giornalino o le pagine di un giornale. Oggi però Ivan non cammina più da solo, né alza più le braccia da solo. Per respirare si fa aiutare dalla bombola dell’ossigeno e per mangiare ha bisogno del sondino. Ma non ha affatto perso la sua lucidità, la sua allegria, i suoi interessi, e la sua capacità di accogliere con entusiasmo chi lo va a trovare (e di dispensare anche qualche bacio pronunciato, soprattutto se chi gli avvicina le guance è una donna), solo riserva tutto per alcune parti della giornata, riposandosi nelle altre. (Piero)
Qualcuno sa dire quante possibilità, quante sfumature, quante variazioni sono visibili nello sguardo, nella mimica del volto? Se dite un numero – cinque, dieci, cento – errate per difetto, almeno in un caso: quello di Ivan Vecchi. Se Gesù moltiplicava i pani e i pesci, lui moltiplicava le smorfie, le sfaccettature del viso, i riflessi dello sguardo. Ora non è più così, purtroppo. Ivan giace in un letto, ora soffre, e anche il suo volto si è fissato in uno sguardo particolare, che sembra assente, ma è invece struggente, è doloroso e disarmato. Ma sarà sempre un dono, a chi lo ha conosciuto, quel suo volto magico, straordinario, capace di mobilitarsi in ogni parte, nella fronte, nel mento, nella bocca (e nella lingua) per esternare i suoi entusiasmi, le sue ironiche battute, il suo carico di vitalità, che straripava negli occhi!
Un ricordo, in particolare. Il primo giorno che giunsi alla Casa, lui mi corse incontro, quasi mi travolse, con il suo sorriso che si allargava come una luna piena, mi diede il‘benvenuto!’ e mi abbracciò. Sono Ivan, aggiunse, e non ricordo di avere mai avuto nella mia vita un’accoglienza tanto calda. La sua faccia assomigliava, forse, un poco, a quella di Charlie Brow, (per il candore dello sguardo) ma aveva anche qualcosa di ammiccante, di furbo, alla napoletana, o meglio alla bolognese vecchia maniera. Per me, nato alla Bolognina, quartiere storico di periferia, evocava ricordi infantili, di giochi e di schiamazzi, di risa e di amicizia. (Sergio)