Un articolo di un amico apparso sulla sulla rivista diocesana di Prato (Toscana Oggi – La Voce di Prato).
La Chiesa che vorrei
Nella mentalità comune c’è chi è fortunato “quelli che hanno avuto tutto dalla vita” e chi sfortunato “non ha avuto niente”. Vorrei una Chiesa dove questa distinzione non esiste. Perché ognuno nella vita ha avuto qualcosa, e con quel qualcosa si deve santificare ogni giorno. Chi dalla vita ha avuto una delle “povertà di questo mondo” con questo dono si deve misurare, e la Chiesa deve trovargli un posto al suo interno.
La Chiesa che vorrei è la Chiesa dei perdenti: è la Chiesa che si sa ancora chinare quotidianamente nei confronti di coloro che nella vita hanno avuto le cose “sbagliate”.
E invece oggi nella Chiesa mi sembra che per la purezza delle intenzioni e per la chiarezza della fede si tenda a distinguere, il fuori e il dentro.
Faccio un esempio un po’ paradossale: che ci sta a fare un muto in un coro?
La razionale volontà di rimettere le cose a posto insegna che un muto in un coro non ci può stare. La volontà di accoglienza invece fa si che un muto in un coro possa essere accolto almeno con qualche ruolo diverso dal cantore, magari studiato apposta per lui, senza il bisogno che qualcuno ribadisca, pur con grande spirito di verità, la sua menomazione, visto che egli è il primo misurarla.
Vorrei una Chiesa che abbia voglia di condividere la vita come esperienza, una vita in cui si succedono cose belle e brutte, in cui il peccato si alterna alla grazia, per la condizione umana fallace e bellissima, per l’avventura stupenda del perdono dopo il peccato, nella infinita misericordia di Dio.
L’impressione che mi da oggi la Chiesa, invece, è quella di un organismo gestore dell’esistente e amante di un certo passato; magari solo perchè non è capace di gestire la comunicazione o perché è succube di essa.
Però la vita delle persone accade continuamente, è in continuo divenire; e così dalla Chiesa si sente escluso il povero che diventa un fruitore di servizi, si sente escluso il divorziato per il quale non esiste una pastorale vera, si sente escluso l’omosessuale che viene associato al pedofilo; l’elenco potrebbe continuare: gente comune, vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni di viaggio.
C’è a chi la vita “ha detto bene” e la Chiesa per lui sarà momento celebrativo nelle feste che si susseguono a ritmi incessanti: prima il matrimonio dei figli, poi il battesimo dei nipoti, e via via secondo lo schema classico e antichissimo, in cui ognuno si trova giustamente soddisfatto dall’antica tradizione. Vincitore nella vita e nella Chiesa.
La vita delle parrocchie è costruita su questa struttura antica, vera, funzionante e bella.
Ma che cosa spetta a chi nella sua vita non ha costruito questo? Ammesso e non concesso che questo dipenda dalla sua responsabilità spetta almeno qualche “briciola di Chiesa” a quest’uomo o questa donna? Abbiamo davvero qualcosa da proporre a chi si sente escluso? Suor Giuseppina mi diceva che Gesù è venuto per i tutti i peccatori…
Ma se l’idea che passa è quella di una Chiesa fatta solo per chi rispetta certe regole, allora essa è dei “vincenti”: quasi come se la Chiesa arrivasse, buona ultima, a vivere oggi la pazzia dell’edonismo che ha contraddistinto gli anni 80, in cui il modello era il successo per tutti. E’ vero che l’obiettivo di ogni cristiano è di farsi santo, però se ho davanti il ripido cammino verso una vetta preferisco avere un compagno di strada piuttosto che uno che mi chiama dalla cima.
Vorrei, in definitiva, una Chiesa che lasci Dio il sovrumano compito di giudicare e si prenda per se il compito accogliere anche i “perdenti”.
Il “come” far questo non si improvvisa, ma la Questione dei “Perdenti” andrebbe messa, seriamente, all’Ordine del Giorno”. E queste righe hanno voluto solo essere un “porre l’attenzione”, non certo esaurire il tema…
Saverio, grazie. E’ una riflessione che mi ha molto colpito e che mi accompagnerà da ora in poi. Aggiungo solo: ancora più pericolosa della chiesa dei “perfetti” e’ la chiesa dei perbenisti. Rischio sempre esistito; oggi pero’ – mi sembra – più forte di qualche anno fa.
Bell’articolo. Mi verrebbe da aggiungere che della chiesa dei vincenti, quella che mette il suo suggello incoronando i re e santificando chi si comporta bene, il mondo non ha in fondo alcun bisogno. La morale cristiana del “comportati bene” è interamente razionalizzabile in termini profani. Le differenze rispetto alla morale laica vengono di fronte agli aspetti paradossali quali l’amore per i nemici, il perdono del nostro carnefice, l’accoglienza del pubblicano e della prostituta.
Chissà perchè finiamo a pensare che queste cose riguardino sempre gli altri.
Non cadiamo nella nostra naturale tendenza all’autoassoluzione.
In fondo abbiamo un tetto sulla testa, la pancia piena, anche dei risparmi, pensiamo di essere così saggi da potere giudicare chi è buono o no…
Io penso che l’unica vera risposta a questo auspicio sia farsi – ognuno per sè – un grossissimo esame di coscienza e pensare cosa facciamo noi ogni giorno non solo per fare una chiesa accogliente, ma per non farla accogliente e … insapore.
A cosa accoglieremmo chi ne ha bisogno se annacquassimo la Verità?