L’elettorato del Pd, … è più anziano, poco diffuso nei settori produttivi del paese, si nutre di cittadini con un livello di scolarità elevato ma non attira i giovani, i lavoratori, le casalinghe, le fasce con maggiori problemi sul proprio futuro: con prospettive di crescente depauperizzazione economica e sociale. Senza più certezze per sé e per i propri figli.
L’articolo completo di seguito:
Quindici anni sempre più a destra - PAOLO NATALE
Tempo di riflessioni. Tempo di analisi per comprendere se il risultato delle ultime elezioni sia qualcosa di contingente, frutto di un’insoddisfazione degli italiani nei confronti dell’uscente governo Prodi, oppure ci sia qualcosa di più forte e duraturo.
Le argomentazioni proposte da un gruppo di studiosi e di analisti della politica, mercoledì alla fondazione ItalianiEuropei, sono state brevemente riassunte sui quotidiani di ieri, ma con il consueto piglio della lotta intestina, delle differenziazioni tra le varie “correnti” interne al Pd.
E invece il respiro del seminario era un pochino più ampio, e forse più alto. Si è discusso di quanto è accaduto alle ultime elezioni inserendolo in una prospettiva di medio periodo, e alcuni degli interventi hanno cercato di individuare - rischiando a volte la profezia - il cammino che attende l’Italia e le democrazie europee nel prossimo decennio. Il risultato di queste ultime consultazioni non è dunque casuale, ma si inserisce in un percorso che vede il nostro paese scivolare decisamente verso destra, grazie anche alla presenza (o all’assenza) di una sinistra sempre più inesistente, incapace di formulare progetti e proposte credibili, inadatta ad intercettare i bisogni e le speranze del paese. Se esistono poche prospettive alternative, per l’elettore, meglio allora affidarsi a chi promette protezione, espulsioni degli extra-comunitari, meno tasse e più sconti fiscali. E anche i più recenti sondaggi ci descrivono una popolazione favorevole all’allontanamento della maggior parte degli stranieri clandestini, dei rom, di tutti coloro che in qualche modo sono interpretati come un costante pericolo per il nostro mondo quotidiano.
L’Italia elettorale e i risultati delle politiche 2008 disegnano allora un mondo dove - attraverso il voto - si riflettono le caratteristiche salienti degli italiani, dei loro timori e dei loro desideri: paura del dell’immigrato, bisogno di essere difesi, costanti richieste di sicurezza personale.
Ma anche l’incapacità di affrontare un futuro competitivo e la mancanza di progetti innovativi. I motivi che hanno portato al successo leghista rispecchiano lo stato attuale di un paese alla deriva che, di fronte alle sfide internazionali, si richiude su se stesso, nel proprio piccolo vicinato, nella famiglia allargata. E così capita, o capiterà, nella maggior parte dei paesi europei.
Mentre i paesi in via di sviluppo si nutrono di speranze, di progetti di miglioramento della propria vita, la vecchia Europa ha paura, pare priva di slanci. I partiti di destra sembrano gli unici ad aver compreso queste aspettative, e si propongono agli elettori come i soli attori di riferimento, nutrendosi del malessere generalizzato di fronte ad un mondo che cambia rapidamente, costringendo ad abbandonare le antiche certezze di benessere economico e sociale.
Così l’Italia va a destra. Un cammino iniziato già nel 1994, con la prima alleanza tra Forza Italia, An e Lega, capace di sconfiggere la proposta dei progressisti con un consenso di circa 3 milioni di elettori in più, complice anche la presenza della coalizione del centro cattolico. Ma anche quando la maggior parte di questi elettori è entrata nelle fila dell’Ulivo, nel 1996, il distacco tra le due aree contrapposte è risultato ampio, intorno ai 2 milioni e mezzo, per arrivare a 3 e mezzo nel 2001 e ad oltre 4 milioni nelle ultime consultazioni. Con l’unica interruzione del 2006, quando il malumore nei confronti di Berlusconi, e alcune scelte tattiche vincenti in termini di alleanze, hanno fatto credere a molti della esistenza di un paese spaccato a metà.
E invece così non era. Riassorbito con gli interessi il tentativo di Prodi di un governo anti-berlusconiano, si è tornati all’origine, con una riserva di voti per il centrosinistra stabilmente lontana da quella della parte avversa. L’elettorato del Pd, veniva argomentato nel seminario, è più anziano, poco diffuso nei settori produttivi del paese, si nutre di cittadini con un livello di scolarità elevato ma non attira i giovani, i lavoratori, le casalinghe, le fasce con maggiori problemi sul proprio futuro: con prospettive di crescente depauperizzazione economica e sociale. Senza più certezze per sé e per i propri figli. Sono elettori che sono stati definiti “post-ideologici”, che non credono più nelle antiche differenziazioni valoriali, più pragmatici e sgamati.
Si iscrivono al sindacato se serve a difendere il proprio posto di lavoro, ma non credono alla missione del sindacato: saltano solamente su un treno che permette loro di avere protezione, per scenderne quando questa non serve più o quando escono dal posto di lavoro e vanno a votare, a fare la spesa, a imprecare contro la presenza di immigrati. Allora saltano su un altro treno: quello di Bossi e di Berlusconi.
E così sarà nei prossimi anni, se qualcosa non si muove nelle forze di opposizione.
Forse non c’è niente di strano: i periodi in cui il mondo è andato a sinistra sono sempre stati periodi di grande sviluppo, di speranze, di ottimismo (vedi anni ‘60), o magari di “rinascita” (vedi affermazione di Roosevelt negli anni ‘30 e dei laburisti inglesi nel dopoguerra). I periodi di arretramento sono tradizionalmente appannaggio della destra.
Certo, è paradossale che la sinistra non sappia rispondere al bisogno di “protezione”. In fondo la costruzione di maggior successo della sinistra del ‘900, cioè lo stato sociale, nasce proprio come istituzione in grado di garantire la protezione dell’individuo contro i grandi rischi dell’esistenza. Forse ce ne siamo dimenticati.
Dal mio … partigiano punto di vista una volta mi è venuto di parlare di una cultura individualista che è cresciuta all’ombra dello stato sociale.
Il che si può vedere sia come cultura “radicale” (diritti individuali pagati dal welfare), sia come una cultura che poi tende nei protetti a pensare di potere scaricare i non protetti.
E in ogni caso vede tutti i corpi sociali intermedi (ideologia cattolica!) come ingombri, a cominciare dalla famiglia.
Però credo che sia sbagliato fare come fa qualcuno che guarda indietro pensando di riproporre modelli di 40 anni fa. Ad esempio: http://www.landino.it/articoli.php?id=176
Non si può idealizzare/decontestualizzare troppo la partecipazione anni ‘60 - in fondo stava nascendo la consapevolezza che partecipazione voleva dire progresso sociale ed economico per tutti.
Difficile ripetere quella situazione.
Anche la Gran Bretagna del dopoguerra era reduce da un grande sforzo collettivo e affrontava il futuro di pace e ricostruzione condividendo i sacrifici.
E allora mi viene in mente lo slogan di Obama: “Hope” - bisogna digitarlo anche sull’SMS con cui richiedi Obama Mobile.
Quello che intendevo non era proporre modelli di 40 anni fa. I riferimenti agli anni ‘60 e al dopoguerra erano per dire che di solito le posizioni “progressiste” si affermano in periodi di “progresso” (scusa il gioco di parole), mentre i periodi di crisi e malessere sono il terreno per chiusure conservatrici. Del resto, una cosa abbastanza ovvia.
Sul welfare state come terreno per individualismo e “radicalismo”, non potrei essere meno d’accordo: mi pare che sia precisamente il contrario. È il modello liberista attuale (modello vecchio di più di un secolo) che incoraggia l’individualismo e la rottura dei legami sociali.